Il 19 aprile alle ore 18:00 Polytropon Arts Centre ospiterà il Maestro Bruno Canino, leggenda vivente del pianismo mondiale, che quest’anno festeggia 90 anni.
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Per questa occasione Bruno Canino condividerà la tastiera con Vincenzo Pasquariello, interprete raffinato e instancabile ricercatore dei linguaggi contemporanei. Gli spazi di Polytropon si trasformano così nel teatro di un incontro straordinario, non solo un concerto, ma un rito di passaggio e celebrazione.
Bruno Canino è uno dei più grandi pianisti italiani, un protagonista indiscusso del Novecento che ha dialogato con i più grandi compositori della nostra epoca, portando la musica contemporanea fuori dalle accademie e dentro il cuore del pubblico. A 90 anni, la sua presenza sul palco non è solo una testimonianza storica, ma una lezione di vitalità artistica: Canino incarna il dialogo perfetto tra la solida tradizione esecutiva e l’insaziabile curiosità per il nuovo.
Al suo fianco, Vincenzo Pasquariello che porta una visione multidisciplinare e performativa. La sua carriera è un incrocio magnetico tra musica, teatro e ricerca spaziale. Celebre per le sue collaborazioni con geni visionari come William Kentridge, Pasquariello non “suona” semplicemente: abita la musica. La sua capacità di integrare il suono con l’azione performativa rende ogni sua esecuzione un evento unico, perfetto per dialogare con la maestria di Canino.
Quattro mani e un unico respiro per attraversare tre secoli di storia della musica, in un programma che sfida la solennità del tempo. Il percorso musicale scelto dai due maestri non è lineare, ma circolare; un arco poetico che fonde la memoria storica con l’urgenza dell’innovazione. Il concerto si apre con la Fantasia in fa minore, D. 940. È l’ultimo Schubert, quello che scrive sulla soglia dell’eterno. In quest’opera, il pianoforte a quattro mani smette di essere un esercizio sociale per diventare una confessione a bassa voce. È un brano di “intensa ombrosità”, dove la vicinanza fisica dei due esecutori crea una tensione palpabile: un respiro condiviso che si muove tra temi di una bellezza struggente e improvvise aperture drammatiche.
Dall’oscurità schubertiana si passa alla luce zenitale di Ma Mère l’Oye. Maurice Ravel ci conduce per mano nel regno dell’infanzia, ma lo fa con la precisione di un orologiaio svizzero e la sensibilità di un poeta simbolista. Ogni nota è un cristallo; ogni armonia è un colore. Qui, la “raffinata semplicità” rivela la capacità del duo di farsi interprete di un meraviglioso che non è mai ingenuo, ma profondamente colto.
L’ascolto subisce poi una contrazione magnetica con la musica di György Kurtág. I suoi Corali e i brani da Játékok (Libro IV) sono gesti minimi, quasi dei “segnali di fumo” inviati dal silenzio. Sono pezzi che durano pochi istanti ma pesano come macigni: qui il tocco e la risonanza diventano elementi strutturali. È un invito a un ascolto vigile, quasi religioso, dove ogni nota è un’urgenza.
Il viaggio si conclude con il caleidoscopio dei cinque pezzi di György Ligeti. È il Ligeti che guarda alla tradizione (la Marcia, la Sonatina) per poi scomporla con ironia e intelligenza astratta. È un’esplosione di vitalità polifonica e ritmi taglienti, una danza meccanica e umana allo stesso tempo che chiude il cerchio tra passato e presente.
